UN IMPORTANTE RIFLESSIONE SUL RUOLO DELLA CULTURA

 

Nel nostro caparbio tentativo, effettuato da questo umile sito, di proporre all'attenzione degli interessati una riflessione sul ruolo della cultura - a partire da quella popolare-, desideriamo proporvi questo importante ed illuminante articolo scritto da Pasolini nel '74 per il settimanale "il Tempo".

 

Nonostante siano trascorsi più di trent'anni da allora, ci sembra di una sconvolgente attualità, ma soprattutto di grande utilità, per  iniziare a riflettere sulla funzione dei mezzi di comunicazione e sull'idea di cultura che questi propongono; anche perché costatiamo quotidianamente gli effetti deleteri di un pensiero addomesticato dall'invadente strapotere  di mass-media che diffondono messaggi sempre più cialtroni e orientati a formare dei fruitori/consumatori invece che soggetti responsabili e consapevoli del mondo in cui vivono.

 

 

 

 

FRANCESCO DE GAETANO:

“Avvendure di guerra e di pace”

 

A proposito dei rapporti tra “cultura” borghese e “cultura”popolare ho avuto in questi ultimi mesi amare esperienze. Ho dovuto sperimentare che gli intellettuali italiani non si sono mai posti il problema della “cultura” popolare, e non sanno nemmeno cos’è. Credono che il popolo non abbia cultura perché non ha cultura borghese; oppure che la sua cultura sia quella larva di cultura borghese che esso può apprendere a scuola, o in caserma, o comunque nei rapporti burocratici con la classe dominante. Che il popolo dunque viva in una specie di sogno pre-culturale, cioè pre-morale e pre-ideologico. Dove morale e ideologia sono viste come appannaggio esclusivo della classe borghese ( o meglio degli intellettuali stessi, letterati,scienziati o uomini politici).

Attraverso una nozione così estremamente classista, per non dire aristocratica, di “cultura”, il popolo viene dunque considerato come una specie di riserva, ai cui appartenenti la cosiddetta democrazia parlamentare consente la possibilità di contribuire alla “cultura” del Paese solo a patto che essi siano capaci di ottenere una “promozione” sociale.

Cioè di accettare a far propria la “cultura”della classe dominante.

Parlo in termini molto elementari perché devo essere didascalico. Non per presunzione. Ma per evitare nuovi equivoci. A causa della mia vita personale, della scelta che ho fatto di trascorrere i miei giorni e di impegnare la mia vitalità e i miei affetti, fin da ragazzo, ho tradito il modo di vita borghese ( a cui ero predestinato). Ho trasgredito ogni norma e limite. Ciò mi ha fatto fare esperienza- un’esperienza concreta, reale e drammatica- dell’universo che si estende sconfinato, sotto il livello della cultura borghese. L’universo contadino (di cui fa parte il sottoproletariato urbano); e anche quello operaio ( nel senso che anche un operaio appartiene, spirito e corpo, alla cultura popolare). Ho aggiunto alla mia esperienza esistenziale, anche degli interessi specifici. Cioè linguistici, per esempio. Ma anche etnologici e antropologici. Non ne ho un’informazione scientifica; ma ne ho la conoscenza che deriva da un profondo interesse. E’ tutto questo che mi fa stupire di fronte alla totale ignoranza della maggior parte degli intellettuali italiani-e non solo dei più miserabili, come Barbato- su questi problemi.

In genere il “popolo” è sentito psicologicamente e miticamente: come un’alterità quotidiana,così ontologica da non meritare di essere approfondita.

Non si cercano i nessi fra dialetto e cultura popolare; si ignora la sedimentazione di codici di comportamento dovuti a civiltà precedenti; si considera puramente teorico e “remoto” l’apporto di culti anteriori a un cattolicesimo che è sempre stato religione di classe ecc. ecc. Quel qualcosa di “corporalmente diverso”, poi, che definisce una persona del popolo, viene completamente rimosso, o accettato a livello comico.

Gli artisti “naif” possono in un certo senso accreditare tali equivoci borghesi sulla cultura popolare ed essere una conferma del giusto rapporto di superiorità, paternalistica, con gli appartenenti alla classe popolare.

In realtà il “naif” compie un’ingenua operazione di sottomissione e comunque di accettazione della cultura borghese. La sua buona volontà e la sua fiducia lo spingono a una forma di integrazione imperfetta a causa della sua incapacità ad assimilare regole e tecniche di un’altra cultura ( assimilazione a cui si arriva solo dopo anni di studio, cioè attraverso la trasformazione del proprio essere). Il “ naif” non fa in tempo e non ha avuto i mezzi per una palingenesi piccolo-borghese. Egli resta quel popolano che è. Ma, dal momento in cui prende un pennello in mano, oppure la penna, egli rinuncia alla totale innocenza, e orecchia dalla classe dominante, con cui è in contatto fin dalla nascita, un diverso modo di esprimersi. Non ne può che far nascere il “pastiche” cioè una contaminazione fra due modi di essere e due modi di parlare .Ma, di solito, l’opera di un “naif” è un prodotto che si vuole deciso dalla grazia:da ciò il suo effetto estasiante. Mentre il “ pastiche” non lo è, per sua natura (in alcuni gran scrittori esso può essere entusiasmante: ma non mai, appunto estasiante). Ciò significa che a prevalere nell’opera del “ naif” è la sua natura popolare, e che il “pastiche” è solo alla superficie. Esistono infatti una poesia e una pittura popolari

( prodotto a loro volta di contaminazioni avvenute in epoche precedenti): e sono i loro schemi a prevalere anche nell’opera del più borghesizzante dei “ naif”. Prendiamo le Avvendure di guerra e di pace di Francesco De Gaetano. Sono le memorie ( molto essenziali:66 pagine) di un contadino della provincia di Benevento, riguardanti soprattutto la sua partecipazione a due guerre borghesi, quella del ’15-18, e quella d’Etiopia ( in entrambi  i casi egli è finito prigioniero). Una brevissima appendice ci informa dell’ultimo capitolo della sua vita ( emigrazione in America). Francesco De Gaetano è praticamente analfabeta ( ha fatto la seconda elementare),eppure in fondo alla provincia di Benevento, quand’è ancora adolescente, lo raggiunge la sirena dell’altro universo, quello che egli sente come superiore. Superiore ma estraneo. Irrimediabilmente estraneo. Infatti, non appena, - soldatino di leva- parte per la grande guerra, il suo entusiasmo e la sua curiosità screditano di colpo il vecchio mondo con la sua violenza feroce e idiota. Lo sguardo che il ragazzo De Gaetano posa sulle cose proviene da una tale lontananza, e, appunto da una tale estraneità che le impoverisce e le ridicolizza, politicamente e ideologicamente, almeno quanto, al contrario le valorizza fenomenologicamente. La guerra e la prigionia attraverso questo sguardo, che, come quello dei veri poeti, vede tutto e sceglie l’essenziale- appaiono come una sola immensa buffonata: anche perché De Gaetano ha molto sentimento, ma non è sentimentale, e quindi la morte non lo sconvolge più che tanto. Lo sguardo che il giovane De Gaetano lancia sulle cose, nella sua grande avventura, è tanto più poetico quanto più egli vive e si esprime a un livello che dir pratico è poco: si tratta infatti del livello dell’utilitarismo puro, posto al servizio della più assoluta necessità.

Mentre il mondo borghese vive l’apocalisse, De Gaetano pensa solo e unicamente a come procurarsi un pezzetto di pane o uno straccio con cui coprirsi. Inconsapevole dell’enormità della sproporzione dissacratrice egli si “ arrangia” pieno di buona volontà, quasi di buon umore che è l’ultimo tocco all’inconscia anarchia blasfema di ogni suo gesto. Ecco come egli descrive il modo con cui è giunto al punto di morte:

“ Mi adagiarono sul letto, mi coprirono con alcune coperte, mi dissero sloffi sloffi, che significa dormi, e uno di loro andò via e l’altro rimase per vigilarmi, per vedere quando morivo.”

Alla seconda impresa, quella etiopica, De Gaetano si è fatto più “furbo”.Non è più un adolescente, ma un uomo. Quanto al mondo della classe dominante, ha capito di cosa si tratta. Partecipa all’impresa per calcolo.

Cercherà infatti di metter su un locale in qualche provincia dell’Impero. Non teme le contraddizioni: vi vola sopra con l’impeto di un uccello trasmigratore. Ha rispetto per le autorità ( su cui ha fatto una certa pratica), ma la sua estraneità ad esse sostanzialmente rimane intatta. Accetta il fascismo ( visto che per lui non è che una forma come un’altra di potere, e, ai suoi occhi, non si distingue in nulla dal potere liberale) ma, appunto perché è per lui così irreale, si comporta con esso nella più assoluta dissociazione, destituendolo totalmente di ogni valore, abrogandolo nella propria coscienza. Non viene però meno ai patti d’onore e si comporta dignitosamente, quando l’esercito fascista è sconfitto. E, durante tutti questi alti e bassi, la foga con cui egli vive non si placa mai un solo istante. Se qualcosa lo costringe o lo lega, egli fa come l’uccello dei canti popolari: “Tutte le mattine io andavo al cangello d’uscita, come fanno gl’iucelli in gabia…”

Ora Gaetano ha settantatre anni e vive da pensionato al suo paese. Egli ha stupendamente descritto questa sua condizione nei tre versi che fanno parte da epigrafe al libro:”Mendre l’uomo si avvia verso una lunga via/ prima di arrivare si perde/ e tramonta durante il suo cammino:”

Nel vivere e nello scrivere, egli ha accettato gli schemi di comportamento e i canoni retorici intuiti in un mondo a livello infinitamente più alto, ed è anche convinto di averli applicati: in realtà li ha vanificati con un contenuto perfettamente “ altro”, cioè appartenente a un’altra cultura. Quella che oggi l’acculturazione del più totalitario dei Poteri sta distruggendo. Non è nemmeno pensabile che gli stessi nipoti ventenni di Francesco De Gaetano, ormai “acculturati”, e perciò veri servi del potere, possano più essere come lui.

 

PIER PAOLO PASOLINI

(da Tempo, 12 luglio 1974 )