foto tratta da ed. Via del Vento

SERGIO CIVININI - Pistoia 4-7-‘29

scrittore-giornalista autodidatta; ha lavorato come operaio fino al 1952.
Fra i diversi luoghi di lavoro c’è anche quello presso le Officine S. Giorgio di Pistoia, per 5 anni .
Esordisce narratore nel ’46. Nel ’47 a 18 anni, tre suoi racconti vengono pubblicati sul prestigioso “ Politecnico” di Elio Vittorini.
Nell’estate 1955 viene pubblicata nella collana “ I Gettoni Einaudi”, diretta da Vittorini con il titolo “ Stagione di mezzo” otto racconti. 
Seguirà la pubblicazione de “ L’Operaio muto”.
Nel ’64 viene pubblicata nella collana “ Narratori” della Vallecchi, diretta da Bilenchi e Luzi, una voluminosa raccolta con il titolo “Una sera con te”.
Si dedicherà poi al giornalismo.

Scompare a Roma nel 1987.

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Dalla pag. 8 della cronaca pistoiese de “La Nazione” di mercoledì 8 ottobre 2008

 “UN LIBRO CHE TOGLIE CIVININI DALL’OBLIO”
 del prof. Renato Risaliti

Se si facesse un’indagine tra i pistoiesi chiedendo a caso: «Sa chi è Sergio Civinini?», quasi tutti, se non tutti, cadrebbero dalle nuvole. E invece è il nome di uno dei più importanti scrittori italiani del ‘900. Ma, ., si sa, Pistoia come Firenze, onora i suoi figli migliori con l’oblio. A togliercelo, Civinini (1929-1987), dall’oblio è venuta la coraggiosa iniziativa editoriale del torinese Nino Aragno che ha appena pubb1icato “La storia dei ‘Gettoni’ di Elio Vittorini” in tre grossi volumi (indivisibili) curati da Vito Camerano, il compianto Raffaele Crovi e Giuseppe Grasso (p. 1666, € 110,00). Una fatica editoriale che mette in luce gli incredibili sforzi compiuti da Vittorini per scoprire, foraggiare... (nel senso pieno della parola) e lanciare tanti giovani scrittori che nel secondo dopoguerra senza il suo aiuto di talent-scout letterario per Einaudi sarebbero rimasti probabilmente inediti. Vittorini pubblicò nei ‘Gettoni’ 41 autori (tra cui Lalla Romano, Tobino, Cassola Calvino, Fenoglio, Rigoni Stern, Sciascia, Ortese, Cancogni, Arpino, Bonaviri, Testori, Tonino Guerra), due dei quali pistoiesi: Marcello Venturi e Civinini al quale sono dedicate ben 65 pagine zeppe di documenti di grande interesse. Dopo una breve biografia, l’elenco delle collaborazioni a varie testate (il Politecnico, Botteghe Oscure, L’Approdo, i1 Nuovo Corriere, Milano Sera, l’Unità, La Gazzetta dello Sport) e dei tre libri di racconti Stagione di mezzo (1955, Einaudi), Una sera con te (1964 Vallecchi) e Una volta sono stato ragazzo (1995, Via del Vento) troviamo le lettere inedite che Civinini e Vittorini si scambiarono tra il 1952 e il 1963. L’epistolario s’interseca con i pareri di Italo Calvino e Romano Bilenchi. Come si può notare, quindi, i padrini di Civinini sono ta i ‘pesi massimi’ della letteratura italiana del ‘900. «Io non avevo mandato i tuoi racconti a Calvino perché decidesse lui -scrive Vittorini al giovane pistoiese il 19 febbraio ’54- Ma perché mi trovavo perplesso e avevo bisogno di persone che mi aiutassero a fugare i miei dubbi (corsivo di Vittorini)». Solo nel ‘55 uscì nei «Gettoni» il primo libro di Civinini, mentre il giovane scrittore si barcamena tra collaborazioni sottopagate, piccoli prestiti/anticipi da parte di Vittorini (anni dopo volle restituire i soldi prestati, ma Elio rifiutò, molto diverso in questo da Palmiro Togliatti che invece ai giovani le gambe gliele tagliava). Autodidatta, Civinini fece l’operaio fino al 1952 (anche alle Officine San Giorgio di Pistoia); nel ‘47 a 18 anni tre suoi racconti furono pubblicati sul Politecnico. Tra i documenti pubblicati da Aragno ci sono diverse pagine autobiografiche di Civinini del 1979 dove, tra l’altro, si chiariscono definitivamente i motivi, tutti politici, dell’improvvisa e traumatica chiusura del Nuovo corriere fiorentino. Civinini, ripercorrendo le tappe che portarono alla chiusura del Politecnico per il contrasto politico fra Vittorini e Togliatti, scrive: «La mia avventura intellettuale era cominciata con Politecnico e in quel tragico autunno del ‘56 scrissi a Elio: “La fredda ragione politica, ottusamente rinchiusa nel guscio degli schemi e dei miti del passato, non finirà per soffocare tutto? Sarà possibile continuare a coltivare la speranza liberatrice nel cuore dell’uomo? Avevo la sensazione di aver smarrito la mia identità, di essere sprofondato in un pozzo(…) in quel remoto novembre ’56 quando i sovietici entrarono a Budapest i ragionieri della politica non si lasciarono sfuggire occasione per presentare l’inventano del rinnovamento ma evitarono di fare un vero e proprio bilancio(…) Peccato che Vittorini non sia più qui a guardare indietro con noi».

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Di seguito riportiamo tre brevi racconti di Sergio Civinini
 e una riduzione de "L'operaio muto"
 

 

 

UNA CAREZZA TRA LA NEVE

 La prima neve incerta cominciava a cadere. Faceva freddo; il vento di tramontana mi mordeva la faccia. Era notte, e io avevo bisogno di caldo.

Ero solo, e avevo bisogno di una carezza che mi scaldasse il cuore.

Camminavo ora nella piazza; i miei piedi affondavano nella neve. Guardai gli alberi che sopra di me tendevano le loro rame morte su verso il cielo, come se pregassero. Avevo bisogno di una carezza, di una carezza che mi scaldasse il cuore. Ma Mery non c’era: era lontana da me, se pur vicina nel ricordo.

Tornai indietro nel tempo: erano pochi mesi e a me pareva un anno.

Davanti a me, fra il turbinare nella neve, vidi come nello specchio del ricordo muoversi la figura di quella biondina.

“ Non hai freddo,”le chiesi, “così, quasi nuda fra la neve?”.

“No!,”mi rispose, e mi carezzò una guancia. “Sei tu che hai freddo”.

Io allungai le braccia,  ma non abbracciai che il freddo. Lei era sempre lì.

“Vieni,”mi disse. “Non è lontano da qui dove mi trovasti”.

Ora ero solo, avevo lasciato dietro di me la piazza, gli alberi che sembrava pregassero.

La casa di Mery si ergeva dal bianco della neve, su verso il buio della notte. Rifeci la strada che percorsi in quella notte quando il vento giocava con le foglie morte.

“ La troverò?,”domandavo. “La troverò?”.

Arrivai. Entrai in fretta. La vasta comune sala d’aspetto era affollata ed io mi ritirai in un angolo a fumare. Delle ragazze giravano fra gli uomini invitandoli. Faceva caldo, e mi aprii il soprabito. Guardai la scala, e vedendo scendere una piccola biondina, assieme a un soldato dall’uniforme sgualcita, feci un gesto come per chiamarla; ma non era “Lei.”La biondina che io avrei voluto era fuori fra la neve, nel sepolcro del mio ricordo, e non avrebbe potuto più scaldarmi il cuore. La ragazza aveva visto il mio gesto e si era subito avvicinata.

“ Andiamo?,”mi disse.

Mi ritrovai per le scale con lei.

“ Fa freddo fuori?,”mi disse.

Ora eravamo dentro la sua camera, io la stringevo a me, e le coperte del letto erano fredde, ma io non le potevo sentire. Camminavo fuori nella via, poi nella piazza. La piccola biondina non l’avrei più ritrovata. Non avrei trovato più nessuno capace di scaldarmi il cuore. La casa di Mery si slanciava dal bianco della neve, su verso il cielo.

Il portone era chiuso. Ma io salii le scale. Era buio. Mi ritrovai nella sua camera: sapevo dove era la sua camera.

Lei dormiva tranquilla sotto il tepore delle coltri, non sapendo che io ero lì.

Mai avrebbe saputo che io soffrivo per lei. Le carezzai lieve una guancia: ero quasi felice.

Lei dormiva, ma io ero lì con lei. Perché dovevo soffrire? Perché lei non mi avrebbe mai potuto amare? Quando il vento giocava con le foglie morte trovai una biondina che calmò il mio dolore;ora non l’avrei più ritrovata. Scesi le scale, attraversai la piazza, entrai nell’altra camera. Io ero sempre lì con la biondina e le coperte erano fredde, ora.

SERGIO CIVININI

"UNA CAREZZA NELLA NEVE" è tratto da “IL POLITECNICO” N.39 del dicembre 1947.

 

 

Il  CICLISTA

 La voce dell’annunziatore gridò rauca nel microfono, e quando l’automobile fu passata la folla si fece avanti sotto gli alberi del viale per vedere  i corridori che erano apparsi in fondo alla curva.

Il gruppetto avanzava veloce preceduto dal crescente clamore della folla. In lontananza le maglie dei corridori sembravano una specie di grappolo che si sgranava leggero a zig-zag nell’ombra degli alberi. Passarono sotto lo striscione di un traguardo volante; si intravidero le facce sudate, congestionate dallo sforzo; poi furono subito lontani cento, duecento metri, di nuovo un grappolo.

“ Il gruppetto dei fuggitivi ha iniziato ora il ventunesimo giro”, annunziarono gli altoparlanti. I poliziotti camminavano in su e in giù per contenere la folla. Era una giornata caldissima; qualche cicala sulle fronde più alte degli alberi friniva in sordina senza trovare un coro.

“ Si vede nessuno ancora?”

“ Chi vuoi vedere: sono già schiantati!”

“Stai zitto, tu. La corsa  incomincia adesso”.

“ Hanno un buon vantaggio”, disse Berto, e si fece largo fra la gente. Parlava da solo. Nel vialetto laterale c’era abbastanza spazio, tanto che vi circolavano i tricicli dei venditori di bibite e di gelati. Egli si avvicinò ad uno di essi fermo accanto al muricciolo. “ Una birra”, disse. Prese la bottiglia per il collo, soltanto con due dita, per non scaldarla. Non capiva la ragione di quel distacco: Giordano si era preparato molto bene. Raggiunse e oltrepassò lo striscione del traguardo volante, poi si cacciò nella fitta siepe di gente. “ Permesso, permesso”,gridava. “ Fatemi passare. Ho una bottiglia per un corridore”.

Il viale era bianco, assolato da una parte e metà in ombra, e in fondo sembrava quasi un nastro largo non più di una mano: in quella piccola striscia qualcosa si mosse, come rotolasse lungo il palpitante argine di folla; si udì un clamore, poi Berto riuscì a distinguere la maglia biancorossa del corridore: era Giordano. Divaricò le gambe sporgendo il corpo su una parte: reggeva la bottiglia con due dita in fondo al braccio steso. “ Forza!”, gridò preso dall’entusiasmo.” Annulla il distacco, dai!”

Il corridore teneva davvero una bella andatura; la folla lo incitava a tratti; non appariva stanco benché avesse la faccia sudata e coperta di polvere; pedalava in modo sciolto, col busto inclinato sul manubrio quel tanto che basta a bilanciare il peso e a respirare ampiamente nello sforzo. In prossimità dello striscione smise di pedalare e si sollevò sul manubrio; vide Berto e gli fu quasi addosso rasentandolo; dopo voltò la faccia: agitava in alto la bottiglia.

“ Fatto”, disse Berto fregandosi contento le mani. Giordano bevve con avidità la birra ancora fresca e gettò la bottiglia fra i piedi di qualcuno.-Avranno mezzo giro di vantaggio, forse di più,- pensò. Poggiandovi le palme delle mani si curvò sul manubrio per ritrovare il ritmo di poco prima. Il grosso del gruppo era a poco più di un minuto dietro di lui. Si voltò per vedere se nessuno, che potesse aiutarlo nell’inseguimento, cercava di raggiungerlo; poi tagliò in diagonale la curva repentina che immetteva sull’altro viale e si tenne in strada toccando leggermente il freno posteriore. Sullo sterrato sentì cantare i tubolari: quel sibilo lo incitava a pedalare con rinnovato vigore. Ora non esisteva più nulla: la strada, il fiume oltre gli alberi, il cielo, la folla e le colline là in fondo erano una cosa sola: il respiro e la forza dei muscoli, un ronzio e uno squarcio buio nel cervello. Era la sua prima corsa importante; aveva faticato un bel po’ per esservi scritto e non voleva fare una brutta figura davanti a Berto e a tutti gli altri compagni della fabbrica che erano venuti a vederlo. Col cuore in gola, in tre o quattro scatti fulminei, fu in cima alla salita. Ecco il viale asfaltato e l’urlìo della folla; i fuggitivi sono là: cinque corridori in fila indiana a poco più di cinquecento metri.

Per due giri Giordano riuscì a mantenere quell’andatura. Non c’era nessuno nella folla che non avesse imparato il suo nome, ripetuto più volte dagli altoparlanti e dalla staffetta. Molti al suo passaggio lo gridavano come forsennati. Tanto clamore veniva fatto anche perché gli uomini in fuga erano corridori di altre città. Al terzo giro fu alla loro ruota, e capì di avercela fatta; senza trattenersi lasciò che gli occhi gli si bagnassero di pianto, e come su un treno veloce gli fuggirono davanti i volti della folla che non distingueva per niente: una nebbia.

La corsa era valevole per il campionato regionale dei dilettanti, e Giordano si sarebbe accontentato di un buon piazzamento. L’esito felice dell’inseguimento l’aveva colmato di orgoglio. Gli tornarono in mente le parole dello zio Plinio che da giovane aveva corso con Girardengo: “ Bisogna saperci morire in bicicletta”. Era proprio così: ora poteva dire di averlo compreso, ed era contento perché ce l’aveva fatta. Dodici giri e poi la corsa sarebbe finita. Quelli di testa gridarono che era venuto il suo turno di tirare. – Meglio ora che dopo,- pensò Giordano. – Sto bene,- e se lo ripeté molte volte. Infatti stava bene. Non pensava a quando lo striscione celeste del traguardo sarebbe apparso laggiù in fondo tra gli alberi per l’ultima volta; era sprofondato in un continuo presente, sentiva la bicicletta come parte del suo corpo insieme coi i battiti del cuore e con l’aria che gli affluiva nei polmoni.

Sulla salita forò. Gli altri volarono via al di là della curva. Lo aiutarono a cambiare il tubolare e gli dettero da bere. Lui aveva le mani intorpidite, pesanti. Grazie a una generosa spinta fu in cima alla salita di slancio; questa volta Giordano si gettò all’inseguimento con la testa abbassata sul manubrio, tanto che non vedeva più di pochi metri di strada davanti alla ruota che luccicava e ballava come se dovesse staccarsi. Percorse tutto il viale in quel modo e gli sembrò, giunto in fondo, di non aver mai respirato; ma era di nuovo nel gruppo.

Ora non sapeva più nulla; incapace di articolare il minimo pensiero continuava a pedalare in uno stato di semincoscienza; gli sembrava di avere due gambe enormi e che sarebbe bastato lasciarsi andare per provare un’estrema dolcezza.

La corsa stava entrando nella fase finale e in testa i cinque corridori, stremati dalla lunga fuga, rallentarono l’andatura per risparmiarsi in vista della volata che avrebbero disputato sotto il traguardo. Questo permise a Giordano di riprendersi; a poco a poco sentì che le sue gambe tornavano normali, e potè respirare con calma. E poi sapeva che in bicicletta è  un attimo: se uno sente di aver ritrovato il ritmo va via come un treno. Pensò che forse la corsa poteva essere sua, e passò in testa a tirare per vedere in faccia gli avversari; a quel punto era necessario saggiare le loro forze.- Sono stanchi,- si disse.- Temono che me ne vada-. Per un attimo cullò l’idea di fuggire subito, ma c’erano ancora cinque giri e decise di  aspettare.

Scappò sulla salita dove aveva forato. La sua fu un’azione fulminea: guadagnò dieci metri, quindici metri, venti metri. Il vantaggio aumentava regolarmente. In fondo al viale aveva quasi un centinaio di metri. Sull’altro viale, un po’ in salita e senza asfalto, il suo vantaggio aumentò ancora. Era tutto ombroso e fresco lì; Giordano dette uno sguardo al fiume; il sole era sopra le montagne e le copriva tutte di una luce rosa. Pensò a quando sarebbe entrato in casa e avrebbe messo la coppa sul tavolo in cucina, a tutti i discorsi che gli avrebbe fatto lo zio Plinio, e come sarebbe diventato importante davanti alla figlia di Pietro, il casellante della ferrovia.

In cima alla salita la folla lo salutò con una grande esclamazione. Non aveva mai provato niente di simile: si sentiva il  ragazzo più felice del mondo. – Che domenica oggi,-pensò. Ma in fondo al viale, quando affrontò la curva, la ruota posteriore slittò sullo sterrato; non seppe riprendersi e cadde quasi addosso alla gente che gettò un grido.

Vennero a liberargli i piedi dai pedali, lo alzarono. Aveva le mani e le ginocchia insanguinate; la bicicletta era a terra col manubrio contorto.

Una donna disse: “ Portatelo in casa mia codesto povero figliolo”. Raccolsero la bicicletta e lo aiutarono a camminare. Quando la gente fece largo intorno a lui, Giordano vide sopraggiungere tre dei corridori che avevano distaccato e pianse.

Furono molto premurosi con lui: lo fecero sdraiare sul letto, gli disinfettarono ben bene le mani e le ginocchia, e gli dettero anche un cognac. Più tardi venne un cronista a rammaricarsi della sua caduta.

“ Ti  rifarai la prossima volta”, disse. “ Io scriverò che sei stato il migliore della corsa”. Quando Giordano scese le scale per tornarsene a casa, c’era Berto sulla porta. Senza dir niente Berto gli guardò le ferite che non erano che scorticature, poi si mise la ruota della bicicletta fra le gambe e con un colpo solo  raddrizzò il manubrio. “ Ti sei fatto fregare”, disse. “ Un altro al tuo posto sarebbe risalito in sella e avrebbe vinto”.

Passarono dal viale che ormai era quasi deserto. Avevano già levato gli striscioni dei traguardi e il banco della giuria. Qua e là, sotto gli alberi, restavano le tracce di quella domenica sportiva: coni di gelato, cicche e cartine di caramelle, bottiglie vuote di birra e di aranciata. Imbruniva. Berto teneva la bicicletta per il manubrio e Giordano camminava al suo fianco in silenzio. Incontrarono alcune coppie di fidanzati: stavano appoggiati al muricciolo del viale dietro gli alberi e aspettavano che venisse più buio per baciarsi.

“ Andavo forte davvero”, disse a un tratto Giordano. “ La prossima volta che cado se non mi spezzo una gamba rimonto su e via. Te lo prometto”.

Si lasciarono al buio.

“ Non te la prendere troppo”,disse Berto.” Per me la corsa è come se l’avessi vinta tu”.

Giordano salì in bicicletta e pedalò piano verso casa. La strada era deserta. Aprì il cancello e s’inoltrò sul sentiero a piedi. La ferrovia era nascosta dietro un folto canneto. Fra poco sarebbe passato il direttissimo col suo sciame di lumicini verso le montagne. Da piccolo stava col naso schiacciato contro i vetri della finestra per aspettarlo.

Sulla porta di casa c’era la lampada accesa e lo zio Plinio era lì con le spalle appoggiate al muro.

Giordano capì che lo avrebbe rimproverato.

 

"Il Ciclista" è tratto dal libro "Una sera con te" ed.Vallecchi 1964

 

 

UN COMPAGNO

 Fu eternamente lungo in quell’anno l’autunno: si succedevano giornate chiare di sole, le strade della città respiravano un’aria tiepida, come di primavera invecchiata, e veniva soltanto buio più presto la sera. Ma un giorno nella nostra periferia i soldati uscirono dalle caserme con gli scuri cappotti addosso; era trascorsa la festa dei morti, e vennero giorni grigi e piovigginosi.

Non ero più andato a trovare mio cugino Ivan al padiglione. In quel tempo una pioggia sottile cadeva sul mondo, tutto era bagnato,e le case si specchiavano sul lucido dell’asfalto. Ogni sera tornando a casa passavo dal viale, dietro i massicci edifici dell’ospedale, dove le foglie morte degli alberi caddero col rabbrividire della stagione.

Ora che è inverno, nel padiglione gli uomini vestiti di bianco passeggiano pei corridoi, e nella grande corsia suona continuamente un grammofono e qualcuno balla.

Pioveva, e io pensavo se era possibile dire ciao a un uomo che muore.

L’ultima volta che ero stato da Ivan l’avevo trovato solo nella cameretta, l’altro letto era vuoto e il sole d’autunno ricamava l’ombra della rete metallica sul pavimento. Per tutto quel pomeriggio parlai poco, forse perché non potevo fare a meno di ricordare l’operaio delle vetrerie, che era stato lì ricoverato insieme a mio cugino nell’estate. Non aveva il carattere di un uomo taciturno, pure, negli ultimi mesi, anche durante le mie visite a Ivan, egli quasi sempre teneva  la testa voltata verso l’angolo della stanza, dove di sbieco poteva vedere fuori della finestra un pezzo di cielo sporcato dal fumo di una ciminiera, e le rame più alte degli alberi del giardino; tossiva quietamente dal sotterraneo di se stesso, e un giorno che tossì più a lungo del solito io mi avvicinai a lui: aveva gli occhi grandi e lontani, mi stringeva forte una mano, e l’infermiere dopo venne a coprirlo col lenzuolo. Nella grande corsia suonava il grammofono, e dalla finestra vedevo gli uomini vestiti di bianco passeggiare nel giardino che l’autunno aveva immerso in riflessi scuri d’oro bruciato. Nel silenzio di Ivan intuivo la fine delle sue ultime illusioni, naufragate miseramente di fronte alla morte del piccolo vetraio dai polmoni bruciati. Non ci conoscevamo molto a fondo mio cugino e io, e neppure  ci sforzavamo di conoscerci; fra noi c’era come un flusso e riflusso di sentimenti, ma non sapevo che genere di uomo egli fosse: a volte avevo la sensazione, standogli vicino, di guardare in un pozzo vuoto. Quella sera venendo via da quel bianco inferno mi sentii triste, come se in me avessi una stagione morta entro una pianura troppo grande, della quale mi era impossibile scorgere i confini.

Mi fermai nel bar davanti a casa mia. Dalla vetrina della porta guardavo fuori nel buio. La nostra periferia sembra un deserto, vi sono soltanto le grandi caserme con pochi soldati, le case popolari, e il terreno è come può essere la campagna subito fuori di una città: un tratto di pianura che va incontro alle montagne che abbiamo a ridosso, e vi passano  treni che vanno al nord. La sera,se uno si corica tardi e non riesce a prendere sonno, può udire il loro viaggiare.

Il Bar era  affollato di soldati, parlavano in dialetto meridionale e bevevano al banco. Io salii in casa.

Non mi affrettai attraversando i piazzali sebbene venissero leggere frusciate di pioggia; nel cielo vidi spostarsi nuvole nere.

Dopo mangiato andai in camera mia. Stavo seduto sul letto con l’atlante geografico aperto davanti a me e un pacco di giornali, quando entrò mia madre. –Guardo come vanno le cose in Grecia,-dissi.

-La radio dice che va male in Grecia per i partigiani-. Mia madre si era seduta sul letto.

-Sono fascisti quelli che parlano alla radio.- E’ questa la Grecia?- chiese mia madre. – Si.

-Ivan c’è stato due anni.

Nelle caserme suonò il silenzio. Pioveva forte ora; le persiane non erano accostate e la pioggia batteva contro i vetri.

-Ivan è andato via dall’ospedale,- disse la mamma.

-Morirà presto?- Sì. Domani dovresti andarlo a trovare.

Dopo che mi ebbe lasciato solo mi coricai, ma non fui capace di dormire. Accesi la piccola lampada e guardai a lungo l’atlante. Guardavo le montagne d’America, le grandi vie di navigazione, e cercavo isole delle quali  ricordavo i nomi da libri di viaggi letti da ragazzo. Passò il treno: nella lontananza il suo viaggiare l’udii come un frettoloso rintocco di tamburi.

La mattina mi svegliarono le sirene delle fabbriche. Mentre mi alzavo vidi dalla finestra gli operai attraversare il piazzale. Forse a primavera anch’io sarei entrato a lavorare con loro in fabbrica; lo ripetevo ogni giorno a mia madre per rincuorarla sul nostro avvenire.

Il cielo era sempre chiuso da nuvole ma non pioveva.

Ivan abitava nella parte opposta della città. In strada trovai sua madre: aveva le secchie dell’acqua, e si riposava prima di risalire con esse le scale. Mi disse che aveva molta fede in Gesù. Le portai su l’acqua. La zia Iginia spalancò la finestra di camera, e Ivan dischiuse gli occhi come da un lungo sonno.

- C’è Ataro,-disse la zia.- Ataro  è venuto a trovarti.

Il davanzale della finestra era basso e vedevo un paesaggio di tetti, il cielo era grigio, monotono.

Mi sedei vicino a Ivan. Era tanto piccolo e magro, pure quei suoi occhi, resi freddi e opachi dall’agonia lenta che lo consumava, s’illuminarono di gioia.

Che fai Ataro?- disse.- Credevo tu non venissi più da me. Finalmente sono a casa ora.

Perché sei venuto via dall’ospedale? Ti avrebbero curato meglio di tua madre lì-. Guardavo quel paesaggio di tetti.

Crepo. Non guardare fuori. “ Lei” viene di là,- fece un gesto vago verso i tetti.- E’ vestita da soldato. Non poteva scherzare. Trovavo strano che si figurasse “Lei” vestita da soldato.- Lo credi davvero?- dissi.- Non sei più alla guerra, Ivan.

Certo che è vestita così. Senti Ataro, quanti ne hai visti morire? – Morire come?-Morti nella guerra. A gruppi, vero?- Sì. Tutti hanno visto simili cose. Ma che c’entra questo?- Voglio dirti: hai fatto caso come sono i morti? Non c’è più nulla per uno che muore. – Chi sa? Ma  anch’io la penso come la pensi tu. Per un poco si tacque entrambi. Egli fu soffocato da un profondo scuoter di tosse; poi chiese che cosa ci fosse fuori: gli pareva un secolo che non camminava in una strada.- Parlami di ragazze,- disse. – Dove trovi tu le ragazze Ataro, in casino?

Avrei voluto dirgli di una ragazza che stava dalle mie parti, e con la quale ero uscito di sera alcune volte; ma pensai che sarebbe stato troppo lungo raccontare quella storia, e forse lo avrei annoiato.- In casino, -dissi.- Ogni quindici giorni ve ne arrivano di nuove.

Come ai miei bei tempi, quando avevo la tua età: tutte le quindicine puttane fresche fresche.

Parlammo ancora, ma vedevo che stava cadendo in una debolezza estrema. Suonarono le sirene delle fabbriche a mezzogiorno e io mi alzai, gli strinsi la mano.

Stasera tornerò, Ivan .

Addio Ataro, non ti scomodare-. Con un ceno del capo indicò la finestra.- Piove,- mormorò.- Si bagnerà “ Lei” per venire da me.

A sera quando tornai pioveva ancora, ma “Lei” non si era bagnata, doveva essere stata trasparente nel suo cammino sui tetti: sedeva in fondo al letto vestita da soldato,- un grigioverde vecchio con le fasce alle gambe,-e aveva un sorriso bianco tra i denti. La zia Iginia piangeva in un angolo della stanza. – Sembra che dorma, non è vero, Ataro?- ella disse.

Fino alla mattina lo vegliammo. Era la prima volta nella mia vita che vegliavo un morto. Non si fece  parola in tutta la notte. La zia dopo aver lavato e vestito Ivan lo depose sul letto con le braccia incrociate. Io avevo tolta la porta di camera dai cardini per metterla sotto il materasso: la rete del letto era allentata, e non volevo che la rigidezza del defunto venisse scomposta.

La  mattina andai a dormire, e tornai la sera per i funerali. Quella maledetta pioggia cadeva sempre; nella strada trovai una folla di ombrelli. Mi guardai attorno: sotto l’arco del vicolo c’era un gruppo di uomini in tuta, avevano una corona di fiori e una bandiera rossa arrotolata lungo l’asta.

-Conoscevate Ivan? – chiesi quando fui in mezzo a loro.

-Era un nostro compagno,- dissero.- Lavorava con noi in fabbrica, una volta.

Sotto la pioggia guardai formarsi il corteo funebre. Gli operai portavano a spalla la bara di Ivan. Vedevo la bandiera rossa, che era stata piegata, sopra il nereggiare degli ombrelli, e m’incamminai dietro a tutti.

Quella sera avevo conosciuto un compagno.

"Un Compagno" è tratto dal libro "Stagioni di mezzo" ed. Einaudi 1955

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da "L’operaio muto"
 

Dopo le prime piogge autunnali arrivò improvissamente l’inverno: nelle strade alberate della periferia cominciarono a cadere le foglie, e in pochi giorni i rami degli alberi restarono nudi e stecchiti fra le case. La sera, prima che suonassero le sirene delle fabbriche, era quasi buio e il vento gelido delle montagne scoteva le lampade nelle strade. I ragazzi giocavano riparati nei portoni affacciandosi ogni tanto sui marciapiedi per dare un’occhiata al cielo grigio e basso sopra i tetti. Fra le macerie di una caserma, su quello che una volta era stato il piazzale dei soldati, una mattina apparve un accampamento di zingari coi fuochi, i carrozzoni sgangherati, i cavalli legati davanti a una garitta sfondata riempita di fieno.( …)


Donatello, un operaio sordomuto che lavorava nella fabbrica di treni, aveva scoperto un posticino tranquillo nel bar d’angolo in fondo al ponte, e vi andava ogni sera per fare l’ora del treno. (…)



Il treno lo portava in montagna, e in novembre le cime più alte erano già coperte di neve. (…)

Scendeva nella piccola stazione di Pracchia, quasi sempre deserta, e fino a quando non erano arrivate le prime nevicate tornava a casa in bicicletta.(…)

Il viaggio durava poco più di mezz’ora, e Donatello arrivava a Pistoia prima che la sirena della fabbrica sonasse il preavviso di cinque minuti. ( …)

Dietro la cancellata, davanti alla portineria principale, sulla facciata di un capannone a più piani, il tempo e la pioggia avevano sbiadito i colori di un affresco raffigurante San Giorgio a cavallo, vestito di un’armatura con la celata alzata, nell’atto di uccidere con la lancia un mostro enorme e alato. La fabbrica prendeva il nome del santo…(…)

C’era voluto del tempo perché Donatello si abituasse al clima nuovo che aveva trovato alla “ San Giorgio”. La guerra e la ricostruzione avevano mutato qualcosa di profondo nell’animo degli operai…(…)

Se non ci fosse stato quel muro di silenzio fra lui e gli altri, gli

sarebbe stato più facile capire, e mai come in quei giorni aveva odiato la propria infelicità.(…)


All’inizio dell’autunno le riunioni sul piazzale si erano fatte più frequenti. Vi erano stati anche alcuni scioperi. Gli operai si occupavano di quanto accadeva in una grande fabbrica bellica della montagna dove la progressiva smobilitazione aveva gettato migliaia di persone sul lastrico. Un giorno gli operai della “ San Giorgio” erano usciti per sfilare in città con dei cartelli su cui era scritto: “ L’INDUSTRIA BELLICA DELLA MONTAGNA DEVE ESSERE CONVERTITA IN UN’INDUSTRIA DI PACE”.

(…)

Gli operai si sentivano traditi: avevano rischiato la vita per salvare la fabbrica dalle distruzioni dei tedeschi in ritirata, e in ogni comizio ricordavano le parole che diceva il padrone in quegli ultimi giorni di guerra, quando si aggirava nei reparti fra gli uomini armati, tremante al pensiero di un imminente attacco dei guastatori: “ Bravi ragazzi, aiutatemi. Se dovesse restare una sola patata, vi prometto che la divideremo fra tutti”. (…)


Una mattina- era più freddo del solito e cadeva con insistenza una pioggia gelata- ai compagni che attorno alla stufe aspettavano l’ultimo fischio della sirena, Donatello raccontò che a Campotizzoro era avvenuta la serrata. Poco dopo Francesco portò la notizia che la commissione interna si era riunita per decidere lo sciopero, e gli operai incominciarono ad uscire sui piazzali. Sotto i tetti dei capannoni aspettarono che suonasse la sirena.

Lo sciopero continuò tutto il giorno, e nessuno lasciò la fabbrica…(…)

Mentre l’elettricista finiva di mettere a posto l’impianto del microfono, si udiva ovunque un confuso brusio. Ma quando Giovannelli, il segretario della FIOM, tossì discretamente nel microfono, tutti fecero silenzio.

Donatello guardava il sindacalista che parlava in piedi sul tavolo, senza comprendere niente perché era troppo distante da lui. Battè una mano sulla spalla di Francesco e contorse la faccia in una smorfia interrogativa.

Francesco, sillabando le parole, disse: “ Stamani la polizia ha arrestato a Campotizzoro sette attivisti che si opponevano alla serrata. Domani i tuoi paesani scenderanno a piedi in città: faranno la marcia della fame”. (…)

Quando in cima al passo arrivò la gente di Campotizzoro, Donatello uscì e, festeggiato da tutti, si mise in testa a regolare il passo della marcia. (…)

Nei pressi di una casa cantoniera, che spiccava in mezzo al paesaggio per le sue facciate di un rosso vivo, Donatello fermò la colonna. Sapeva che i poliziotti erano sul posto, in attesa…(…)


Davanti alla “San Giorgio” la inserviente dei bagni comunali,vestita di bianco e con la cuffia in testa,

spazzava la scalinata osservando gli operai ammassati nel piazzale dietro la cancellata. (…)

Più tardi, col gonfalone della fabbrica in testa, i duemila operai della “ San Giorgio” uscirono nella strada dal cancello della portineria centrale. Le camionette della polizia corsero via. I più giovani cominciarono a cantare…( …)

Sporca, stremata dalla marcia, la gente della montagna era in testa al corteo.Dai marciapiedi applaudivano.

Ma quando la polizia incominciò a sparare coi moschetti e le bombe lacrimogene, e una cortina di

fumo azzurrognolo invase le strade, la folla si disperse gridando.(…)

Donatello aveva gli occhi bagnati di lacrime e la gola bruciata, ma non si era mosso: seduto sui gradini del portone di una chiesa, guardava quella confusione calmarsi a poco a poco…(…)


Nell’azzurra cortina di fumo,lentamente i poliziotti si mossero: mostruosi. E ci fu la raffica…(…)

Ai piedi delle donne, davanti al portone dove esse si erano rifugiate durante la sparatoria, un uomo giaceva in una pozza di sangue: indossava una tuta un pò sporca,era a capo scoperto, e dalla fronte per un forellino scarlatto un rivolo di sangue gli colava sulla faccia e nel collo.

“ Ne hanno feriti cinque o sei”, gridò il giovanotto, “ e questo l’hanno ammazzato”.(…)

E’ Schiano, pensò Donatello, è Ugo Schiano.

“ Se non è morto,” disse una delle donne, “bisogna fare qualcosa, se non è morto”.

Come se avesse udito quelle parole, Donatello si alzò di scatto,prese il ferito in braccio, e senza chiedersi dove lo avrebbe portato incominciò a correre verso lo sbarramento della polizia. Lo lasciarono passare…( …) Ma ora sapeva dove andare, e si aggrappava con tutte le sue forze al pensiero che forse la vita di Schiano poteva essere salvata da un immediato intervento all’ospedale.

(…)Un dottore sulla porta del pronto soccorso fece cenno a Donatello di entrare.” E’ morto”,disse.

“Il proiettile ha girato nel cranio ed è uscito dalla nuca”.

(…) Tutt’intorno alla prefettura, in mezzo alle strade, i soldati stavano sdraiati a terra coi fucili accanto. Il sole, fuori dalle nubi, splendeva opaco sulla città.

Donatello era bagnato di sangue, e attorno gli si fece una folla che cresceva, lo stringeva.

“ Ci vuol dire che Schiano è morto”, disse Francesco”.
 

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